Pubblicato il Giugno 15, 2024

Il vero rendimento di un immobile strumentale non è l’8% lordo promesso, ma il 5-6% netto che rimane dopo aver gestito attivamente i rischi operativi dell’asset.

  • Il valore di un capannone non dipende dall’inquilino attuale, ma dalla sua “rilocabilità”: altezza, baie di carico e classe energetica sono i veri KPI.
  • Gli uffici obsoleti sono una trappola di costi, mentre quelli moderni e flessibili offrono opportunità selettive, specialmente nei mercati prime.

Raccomandazione: Tratti l’investimento non come l’acquisto di mattoni, ma come la gestione di un’azienda: analizzi i costi nascosti (IMU, manutenzione), valuti l’obsolescenza e strutturi contratti a prova di recessione.

Chiunque valuti un investimento nel mattone industriale o commerciale è attratto dalla stessa promessa: rendimenti lordi che sembrano stracciare quelli del mercato residenziale. Si parla del 7%, 8%, a volte anche del 10%. Questi numeri, sebbene allettanti, rappresentano solo la facciata di una realtà ben più complessa. L’errore più comune, come broker specializzato, lo vedo ogni giorno: l’investitore si concentra sul canone di locazione e trascura il fattore più critico, ovvero il rischio operativo intrinseco dell’asset.

La narrazione comune suggerisce che basti trovare un inquilino solido e firmare un contratto 6+6 per garantirsi una rendita passiva e sicura. Si discute genericamente del boom della logistica o della crisi dello smart working per gli uffici, senza mai scendere nel dettaglio tecnico. Ma se la vera chiave non fosse il rendimento lordo, bensì la capacità di prevedere e gestire l’obsolescenza di un immobile? Se il valore non risiedesse nell’inquilino attuale, ma nella velocità con cui è possibile sostituirlo in caso di fallimento?

Questo articolo abbandona le platitudini del mercato per adottare la prospettiva di un gestore d’azienda. Analizzeremo come calcolare il rendimento netto reale, al riparo da sorprese come IMU e manutenzione straordinaria. Sveleremo i criteri tecnici per valutare la “rilocabilità” di un capannone e l’errore fatale di investire in uffici non conformi ai nuovi standard lavorativi. Infine, esploreremo le strategie finanziarie e contrattuali per proteggere il capitale, trasformando un semplice acquisto immobiliare in un investimento strategico e resiliente.

In questa guida approfondita, esploreremo gli aspetti cruciali che ogni investitore deve considerare prima di allocare capitale nel settore degli immobili strumentali. Il percorso che segue è stato pensato per fornirLe una mappa dettagliata del territorio, evidenziando opportunità e mettendo in guardia dai rischi.

Perché i magazzini logistici sono diventati l’asset class più richiesta dagli investitori istituzionali?

L’ascesa della logistica come asset class prediletta non è un segreto. La narrativa comune la lega quasi esclusivamente alla crescita esponenziale dell’e-commerce, ma questa è una visione parziale. In Italia, il fenomeno è molto più strutturato e profondo, radicato in strategie nazionali e in una riconfigurazione delle catene di approvvigionamento. Il vero motore, oggi, è l’adeguamento infrastrutturale del Paese, che rende l’investimento in capannoni moderni particolarmente strategico.

Gli investitori istituzionali non stanno semplicemente scommettendo su Amazon; stanno investendo nella modernizzazione della spina dorsale logistica italiana. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) gioca un ruolo centrale. Con 630 milioni di euro stanziati per le Zone Economiche Speciali (ZES), si finanziano interventi mirati a potenziare la logistica dell’ultimo miglio e l’efficienza delle aree industriali connesse ai porti. Questo non è solo un incentivo, è una dichiarazione di intenti: il futuro è negli hub logistici efficienti, sostenibili e digitalizzati.

L’attrattiva è confermata dai numeri. Mentre un tempo i rendimenti erano riservati a pochi specialisti, oggi il mercato è più accessibile. Un immobile logistico moderno e ben posizionato può generare ritorni significativi. Secondo le analisi di settore, un immobile logistico in buono stato può dare un rendimento tra il 7,5% e il 9%. Questo interesse non è speculativo, ma si fonda sulla domanda reale di spazi che possano supportare una supply chain sempre più complessa e veloce, che richiede prossimità ai centri urbani e massima efficienza operativa.

Come valutare la “re-locabilità” di un capannone se l’azienda inquilina fallisce?

L’errore più grande nell’investire in un capannone è legare il suo valore unicamente alla solidità dell’inquilino attuale. Un’azienda oggi florida può entrare in crisi domani. Il vero valore di un asset industriale non risiede in chi lo occupa, ma nella sua “rilocabilità”: la capacità di essere riaffittato rapidamente e a un canone di mercato competitivo. Questa caratteristica dipende da fattori tecnici e strutturali che ne determinano la versatilità e l’appetibilità per un’ampia platea di potenziali locatari.

Un capannone costruito negli anni ’90, anche se in perfette condizioni, potrebbe essere funzionalmente obsoleto. Le moderne esigenze logistiche, spinte dall’automazione, richiedono specifiche precise. L’altezza sotto trave, ad esempio, è un KPI (Key Performance Indicator) cruciale. Un’altezza inferiore ai 12 metri limita fortemente l’installazione di sistemi di stoccaggio verticali automatizzati, rendendo l’immobile inadatto a operatori logistici moderni. Allo stesso modo, il numero e la tipologia delle baie di carico, l’accessibilità per autoarticolati e la presenza di ampi piazzali di manovra sono discriminanti fondamentali.

Vista interna di un capannone industriale moderno con altezza elevata e baie di carico multiple

Come si può vedere nell’immagine, un immobile moderno è concepito come uno spazio flessibile, quasi un guscio vuoto pronto ad essere adattato. Layout open space, impianti efficienti e una buona classe energetica non sono più dei plus, ma dei requisiti minimi. Un investitore avveduto deve ragionare come un potenziale inquilino e analizzare l’immobile non per come è, ma per come potrebbe essere utilizzato da decine di aziende diverse.

Vademecum per l’Audit di Rilocabilità: i punti da verificare

  1. Altezza sotto trave: Verificare che sia di almeno 12 metri per consentire l’installazione di sistemi di automazione e stoccaggio moderni.
  2. Baie di carico e accessibilità: Contare il numero di baie di carico ogni 1.000 mq e valutare la facilità di accesso e manovra per autoarticolati.
  3. Layout interno: Privilegiare piante rettangolari e open space, che offrono massima flessibilità, rispetto a layout frammentati o con pilastri invasivi.
  4. Efficienza energetica: Analizzare la classe energetica dell’edificio e la presenza di impianti moderni (es. illuminazione a LED, pannelli fotovoltaici) che impattano sui costi operativi dell’inquilino.
  5. Versatilità degli spazi ufficio: Valutare se la palazzina uffici annessa è moderna, cablata e flessibile, oppure se richiederà costosi interventi di ristrutturazione.

Rendimento del 8%: come calcolare il vero guadagno togliendo IMU e manutenzione straordinaria?

Il rendimento lordo è l’esca, il rendimento netto è la realtà. Quando si legge di un immobile commerciale che offre un rendimento dell’8% o del 10%, si sta parlando del rapporto tra il canone annuo e il prezzo di acquisto. È un dato puramente teorico che ignora una serie di costi fissi e variabili che gravano sulla proprietà. Come investitore e gestore dell’asset, il Suo unico obiettivo deve essere il rendimento netto reale, ovvero ciò che effettivamente rimane nel Suo portafoglio a fine anno.

La formula per un calcolo realistico è semplice ma brutale: Rendimento Netto = (Canone Annuo – IMU – Altre Imposte – Spese di Manutenzione Straordinaria – Costi di Gestione – Rischio Sfitto) / Costo Totale dell’Investimento. L’IMU su un immobile strumentale è una voce di costo significativa e non trascurabile. A questa si aggiungono le spese per la manutenzione straordinaria (rifacimento del tetto, adeguamento impianti), che per legge spesso ricadono sul proprietario. Una stima prudente suggerisce che il rendimento netto è tipicamente inferiore del 30-40% rispetto a quello lordo.

Infine, c’è il fattore più sottovalutato: il rischio sfitto. Anche con un contratto solido, bisogna accantonare una percentuale del canone per coprire eventuali periodi di vacanza tra un inquilino e l’altro. Un immobile che rimane vuoto per 6 mesi non solo non genera reddito, ma continua a produrre costi (IMU, utenze, assicurazione). Un approccio professionale prevede di accantonare almeno il 5-10% del canone annuo a copertura di questo rischio.

Il confronto tra le diverse tipologie di immobili strumentali, al netto dei costi, rivela un quadro molto diverso da quello basato sui soli rendimenti lordi. È fondamentale analizzare questi dati con occhio critico per fare una scelta informata, come evidenziato da una recente analisi comparativa.

Confronto rendimenti lordi vs netti immobili strumentali 2024
Tipologia Immobile Rendimento Lordo Rendimento Netto Stimato Principali Costi
Negozi/Locali commerciali 12,4% 7,5-8,5% IMU, TARI, manutenzione
Uffici 10,3% 6,5-7,5% IMU, spese condominiali
Capannoni industriali 7,5-9% 5-6,5% IMU, manutenzione straordinaria
Residenziale 9,3% 5,5-6,5% IMU seconda casa, condominio

L’errore di comprare uffici vecchi che non rispettano i nuovi standard energetici e lavorativi

Il mercato degli uffici è spesso descritto con narrazioni semplicistiche: prima il boom, ora la crisi a causa dello smart working. La realtà, come sempre, è più sfumata. Non esiste un unico mercato degli uffici, ma due mercati paralleli con destini opposti: quello degli immobili “prime”, moderni e sostenibili, e quello degli immobili obsoleti, energivori e rigidi. Confonderli è l’errore strategico più grave che un investitore possa commettere oggi.

L’obsolescenza funzionale è il concetto chiave. Un ufficio non è obsoleto solo perché “vecchio”, ma perché non risponde più alle esigenze delle aziende moderne. Queste cercano spazi flessibili che possano essere riconfigurati, aree comuni per il brainstorming, servizi per il benessere dei dipendenti e, soprattutto, un’elevata efficienza energetica. Un edificio in classe G non è solo un costo maggiore in bolletta per l’inquilino; è un asset che richiederà investimenti massicci di riqualificazione per rimanere sul mercato, a causa delle normative europee sempre più stringenti (direttiva “Case Green”).

Il mercato degli uffici viene descritto come ‘interessante ma selettivo’, il che implica che offre opportunità di investimento, ma richiede un’attenta valutazione delle specifiche proprietà e delle loro potenzialità.

– Idealista – Studio mercato immobiliare 2025, We Wealth Report Investimenti 2025

Questa selettività si traduce in una drammatica biforcazione dei rendimenti. Le aziende sono disposte a pagare un canone “premium” per sedi di rappresentanza che attraggano talenti e rispecchino i loro valori di sostenibilità. Al contrario, gli uffici vecchi, magari in posizioni secondarie e con layout rigidi, soffrono di una crescente vacanza e di una pressione al ribasso sui canoni. I dati lo confermano: secondo un report di We Wealth, a Milano il rendimento degli uffici prime è del 6,9% contro il 5,7% degli immobili di grado B. Questo divario è destinato ad ampliarsi.

Quando conviene acquistare l’immobile strumentale in leasing anziché con mutuo ipotecario?

La scelta tra leasing e mutuo per finanziare l’acquisto di un immobile strumentale non è una mera questione di tassi di interesse. È una decisione strategica che impatta profondamente sulla struttura finanziaria dell’operazione, sulla fiscalità e sulla flessibilità futura. Entrambe le opzioni hanno vantaggi specifici e la scelta ottimale dipende dal profilo dell’investitore, dalla sua liquidità e dai suoi obiettivi a lungo termine.

Il mutuo ipotecario è la via tradizionale: si ottiene la proprietà immediata dell’immobile, iscrivendo un’ipoteca a garanzia del finanziamento. Il vantaggio principale è un costo finanziario potenzialmente più basso nel lungo periodo e la piena proprietà del bene fin da subito. Tuttavia, appesantisce il bilancio con un indebitamento a lungo termine e richiede una significativa esposizione iniziale in termini di liquidità per l’anticipo e le spese accessorie.

Composizione simbolica con documenti finanziari e calcolatrice per analisi investimento immobiliare

Il leasing immobiliare strumentale, d’altro canto, funziona come un affitto con opzione di riscatto finale. L’investitore paga un canone periodico alla società di leasing, che rimane proprietaria dell’immobile fino all’eventuale riscatto. Questa formula offre vantaggi notevoli. In primis, una maggiore deducibilità fiscale dei canoni rispetto alle sole quote interessi del mutuo. Come evidenzia la disciplina fiscale, la quota del 70-80% del costo di un immobile strumentale è ammortizzabile con aliquota del 3%, ma il leasing può accelerare questo processo. Inoltre, il leasing non appesantisce l’indebitamento a bilancio allo stesso modo, migliorando i KPI finanziari e la capacità di accedere a ulteriore credito. Permette di finanziare fino al 100% dell’investimento, preservando la liquidità per altre necessità operative.

La convenienza del leasing emerge soprattutto per chi ha una forte necessità di preservare la liquidità, per le società che vogliono mantenere un bilancio “leggero” o per chi intende sfruttare al massimo i vantaggi fiscali della deducibilità accelerata. Il mutuo resta preferibile per chi ha ampia liquidità iniziale e punta a un costo finanziario complessivo inferiore, con un orizzonte di possesso molto lungo.

PIR ordinario o PIR alternativo per le PMI: quale strumento si adatta al tuo profilo di rischio?

Un investimento immobiliare strumentale non deve essere visto come un’operazione isolata, ma come un tassello all’interno di una strategia patrimoniale complessiva. In quest’ottica, è fondamentale conoscere gli strumenti che il sistema fiscale italiano mette a disposizione per ottimizzare l’investimento, come i Piani Individuali di Risparmio (PIR). Nati per canalizzare il risparmio privato verso l’economia reale, i PIR offrono un vantaggio cruciale: l’esenzione totale dalla tassazione sui redditi (capital gain e rendite) a condizione di mantenere l’investimento per almeno 5 anni.

Esistono due principali tipologie di PIR: 1. PIR Ordinari: Investono prevalentemente in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni) di imprese italiane ed europee quotate. Sono più liquidi e adatti a un profilo di rischio moderato, ma meno diretti verso l’economia “illiquida” come quella immobiliare. 2. PIR Alternativi: Sono stati creati specificamente per investire in asset meno liquidi e favorire le Piccole e Medie Imprese (PMI). Possono investire in quote di fondi immobiliari, Eltif (European Long-Term Investment Funds) o direttamente nel capitale di rischio di PMI non quotate. Questo li rende lo strumento d’elezione per chi vuole coniugare i benefici fiscali del PIR con un’esposizione all’economia reale, incluso il settore immobiliare strumentale, seppur in modo indiretto tramite veicoli di investimento collettivo.

Per un investitore che acquista direttamente un immobile, il PIR non è uno strumento applicabile. Tuttavia, per chi vuole diversificare e accedere al mercato immobiliare commerciale con un approccio fiscalmente efficiente e gestito professionalmente, i PIR Alternativi rappresentano un’opzione strategica. Si stima che i PIR Alternativi potrebbero raccogliere tra 1 e 1,5 miliardi di euro all’anno, una parte dei quali destinata a fondi specializzati nel mattone. La scelta dipende dal profilo di rischio: il PIR Alternativo implica un impegno a lungo termine su asset illiquidi, ma offre un potenziale di rendimento più elevato e un allineamento diretto con la crescita delle PMI e del tessuto produttivo italiano.

Liquidità o Mattoni: quanto del tuo patrimonio è bloccato e non spendibile in caso di crisi?

L’investimento nel mattone, soprattutto quello strumentale, ha un grande pregio che è anche il suo più grande difetto: l’illiquidità. A differenza di un’azione o di un’obbligazione, un capannone o un ufficio non possono essere venduti in un giorno. Questa caratteristica offre stabilità e protegge dalle fluttuazioni emotive dei mercati finanziari, ma rappresenta un rischio significativo in caso di necessità improvvisa di liquidità. Bloccare una quota eccessiva del proprio patrimonio in asset illiquidi può trasformarsi in una trappola.

I tempi medi di vendita per un immobile strumentale in Italia sono un dato su cui riflettere. A seconda del mercato e della tipologia di asset, il processo può richiedere da 12 a oltre 24 mesi. Secondo Confcommercio, è necessario un fondo di emergenza per coprire almeno 18-24 mesi di eventuali imprevisti o di mancati introiti durante il periodo di vendita. Questo significa che l’investitore deve disporre di un cuscinetto di liquidità sufficiente a coprire non solo le proprie esigenze personali, ma anche i costi di mantenimento dell’immobile (IMU, assicurazioni) durante la fase di commercializzazione.

Esistono però strategie avanzate per mitigare il rischio di illiquidità, pensate proprio per le aziende o gli investitori che possiedono immobili strumentali. Una delle più efficaci è il “sale and leaseback” (vendita con locazione). Questa operazione permette al proprietario di vendere l’immobile a un investitore istituzionale, liberando immediatamente il 100% del suo valore in liquidità, e contestualmente di rimanere nell’immobile come inquilino, pagando un canone di locazione. In pratica, si trasforma un asset fisso e illiquido in cash flow immediato, senza interrompere l’operatività. È una soluzione potente per migliorare la liquidità aziendale, finanziare nuovi investimenti o semplicemente diversificare il patrimonio senza dover traslocare.

Da ricordare

  • Il rendimento lordo è un dato ingannevole; il vero indicatore è il rendimento netto, calcolato sottraendo IMU, manutenzione straordinaria e rischio sfitto.
  • Il valore reale di un capannone risiede nella sua “rilocabilità” (altezza, baie di carico, efficienza), non nell’inquilino attuale.
  • Il mercato degli uffici è selettivo: gli immobili moderni ed energeticamente efficienti prosperano, mentre quelli obsoleti rappresentano una trappola di costi.

Contratto commerciale 6+6:Come proteggere i tuoi investimenti durante una recessione tecnica in Italia?

Il contratto di locazione commerciale 6+6 è spesso percepito come un pilastro di stabilità. La sua lunga durata sembra garantire un flusso di cassa costante e prevedibile. Questa stabilità è reale: i dati mostrano che oltre il 90% degli immobili commerciali sono sottoposti a contratti a lungo termine. Tuttavia, questa stessa longevità può trasformarsi in una gabbia dorata durante una recessione, se il contratto non è stato redatto con clausole protettive. Quando un’azienda inquilina entra in crisi, un contratto “standard” offre ben poca difesa al proprietario.

Proteggere l’investimento significa agire in anticipo, inserendo nel contratto degli “scudi” legali che mitighino i rischi più comuni: la morosità e l’insolvenza. Ecco le clausole che, come broker, considero non negoziabili per un investitore prudente:

  • Fideiussione bancaria a prima richiesta: Il classico deposito cauzionale di tre mensilità è insufficiente a coprire un lungo periodo di morosità e le successive spese legali. Una fideiussione bancaria (o assicurativa) pari a 6-12 mesi di canone garantisce una copertura molto più solida. La dicitura “a prima richiesta” è cruciale, poiché consente di escutere la garanzia rapidamente, senza dover attendere l’esito di una causa.
  • Clausola risolutiva espressa: Questa clausola permette la risoluzione automatica del contratto in caso di mancato pagamento anche di una sola rata del canone (o degli oneri accessori), senza bisogno di una valutazione giudiziale sulla gravità dell’inadempimento. Accelera notevolmente i tempi per rientrare in possesso dell’immobile.
  • Chiara ripartizione delle spese straordinarie: La legge lascia margini di interpretazione. È fondamentale definire analiticamente nel contratto quali interventi sono a carico del conduttore e quali del locatore, per evitare contenziosi futuri.
  • Adeguamento ISTAT e clausole di rinegoziazione: Prevedere l’aggiornamento annuale del canone all’indice ISTAT è la base per proteggere il rendimento reale dall’inflazione. In un’ottica di partnership, si possono anche includere clausole che prevedano una rinegoziazione temporanea del canone in caso di crisi economiche documentate e settoriali, in cambio di altre garanzie o di un prolungamento del contratto.

Un contratto ben strutturato non è un atto di sfiducia verso l’inquilino, ma uno strumento di gestione del rischio professionale. Trasforma una semplice locazione in un accordo commerciale equilibrato, in grado di resistere alle turbolenze del ciclo economico.

Per navigare con sicurezza nel lungo termine, è essenziale padroneggiare gli strumenti per proteggere i propri investimenti durante una recessione. Questo approccio proattivo è ciò che distingue un investitore fortunato da un investitore di successo.

Affrontare l’investimento in immobili strumentali con questa mentalità imprenditoriale, analizzando i rischi operativi, i costi reali e le tutele contrattuali, è l’unico modo per trasformare le alte aspettative di rendimento in una solida realtà patrimoniale. Per applicare questi principi alla Sua situazione specifica, il prossimo passo consiste nell’ottenere un’analisi personalizzata del Suo profilo di rischio e degli asset di Suo interesse.

Scritto da Roberto Mancini, Investitore Immobiliare e Property Manager con 20 anni di attività nel mercato residenziale e commerciale italiano. Esperto in aste giudiziarie, ristrutturazioni e messa a reddito di immobili.