Pubblicato il Marzo 15, 2024

Affidare il patrimonio alla banca può erodere fino al 30-40% del capitale in 20 anni a causa dei costi, anche quando la consulenza sembra “gratuita”.

  • I costi totali (TCO) di una gestione patrimoniale superano spesso il 2,8% annuo, ben oltre il TER dichiarato, a causa di commissioni nascoste e duplicazioni.
  • Le banche operano in un conflitto di interessi strutturale, privilegiando fondi “di casa” più costosi e meno performanti.

Raccomandazione: Utilizzare i rendiconti trimestrali non come semplice informativa, ma come uno strumento di audit per calcolare i costi reali e confrontare la performance netta con un benchmark di mercato adeguato.

Da anni avete affidato una parte significativa del vostro patrimonio alla gestione della banca. La promessa era chiara: tranquillità, diversificazione e l’esperienza di professionisti al vostro servizio. Eppure, ogni trimestre, guardando il report, una domanda sorge spontanea: i rendimenti giustificano le commissioni? Quel 2% annuo, che sulla carta sembrava un costo ragionevole per delegare la complessità dei mercati, inizia a pesare, soprattutto quando i risultati non brillano. Vi sentite bloccati, incerti se il “rosso” in portafoglio sia colpa del mercato o di una gestione inefficiente.

Il dibattito comune si ferma spesso alla superficie: “le banche sono care”, “i consulenti indipendenti sono meglio”. Queste sono affermazioni generiche che non vi aiutano a prendere una decisione informata sulla vostra situazione specifica. Il vero problema non è il costo in sé, ma il valore che ricevete in cambio. Molti consulenti bancari giustificano i costi con l’efficienza fiscale, come il recupero delle minusvalenze, ma raramente presentano un’analisi che confronti questo vantaggio con l’impatto distruttivo delle commissioni sul lungo periodo.

E se la chiave non fosse lamentarsi dei costi, ma trasformarsi in un vero e proprio auditor del proprio patrimonio? Questo articolo non si limita a denunciare le inefficienze del sistema bancario. Vi fornisce un metodo, una checklist e gli strumenti analitici per “decodificare” la vostra gestione patrimoniale. Imparerete a leggere tra le righe dei report, a calcolare il costo totale reale (TCO), a smascherare i conflitti di interesse e, infine, a rispondere con dati alla mano alla domanda cruciale: continuare a delegare o riprendere il controllo?

Analizzeremo passo dopo passo come valutare la performance rispetto al benchmark corretto, la struttura di costo più efficiente tra gestione in titoli (GPM) e in fondi (GPF), e quando il vantaggio fiscale cessa di essere una giustificazione valida. Questo percorso vi darà la lucidità necessaria per agire, non sulla base di opinioni, ma di un’analisi oggettiva del vostro investimento.

Questo articolo è strutturato per guidarvi in un audit completo della vostra posizione. Inizieremo con gli strumenti pratici per analizzare i report, per poi approfondire le strutture di costo, l’efficienza fiscale e i conflitti d’interesse, fino a definire il momento giusto per un cambiamento strategico.

Come leggere il report trimestrale per capire se la gestione sta battendo il benchmark?

Il report trimestrale non è un semplice riassunto, ma il documento fondamentale per il vostro audit. La maggior parte dei clienti si limita a guardare il risultato finale, positivo o negativo, senza però analizzare i dati che determinano quel risultato. La chiave per valutare oggettivamente la vostra gestione è smettere di essere spettatori passivi e iniziare a porre le domande giuste. Il primo passo è confrontare la performance non con le vostre aspettative, ma con il benchmark dichiarato dalla gestione stessa.

Un benchmark è un indice di riferimento (es. MSCI World per l’azionario globale) che rappresenta l’andamento del mercato in cui la gestione investe. Se la vostra performance netta, al netto di tutti i costi, è costantemente inferiore a quella del benchmark, significa che state pagando un servizio che non solo non aggiunge valore, ma lo distrugge. L’analisi di questo scostamento è il primo, vero indicatore dell’efficacia del gestore.

Mano con penna evidenzia grafici di performance su report finanziario

Come mostra l’atto di evidenziare i dati, è fondamentale focalizzarsi sui numeri che contano. Spesso le banche utilizzano “benchmark di comodo”, ovvero indici compositi e poco trasparenti, costruiti ad arte per sembrare facili da battere. Un audit efficace richiede di verificare che il benchmark sia un indice standard di mercato e che la sua volatilità sia comparabile a quella del vostro portafoglio. Un portafoglio prudente confrontato con un benchmark molto volatile sembrerà sempre un’ottima scelta in fasi di ribasso, ma è un confronto intellettualmente disonesto.

Piano d’azione: decodificare il report trimestrale

  1. Individuare il TER effettivo: cercare la voce ‘costi totali’ o ‘Total Expense Ratio’ nel report, spesso nascosta nelle note.
  2. Calcolare la performance netta reale: sottrarre dal rendimento lordo il TER, l’imposta di bollo (0,2%) e eventuali commissioni di performance.
  3. Identificare il benchmark dichiarato: verificare se è un indice riconosciuto (MSCI World, FTSE MIB) o un indice composito poco trasparente.
  4. Confrontare performance netta vs benchmark: se il delta è negativo per più di 2 anni consecutivi, la gestione sta distruggendo valore.
  5. Verificare la presenza di “benchmark di comodo”: diffidare se il benchmark ha una volatilità molto superiore al portafoglio gestito.

Gestione in titoli (GPM) o in fondi (GPF): quale struttura evita la duplicazione dei costi?

Una volta capito come misurare la performance, il passo successivo dell’audit è analizzare la struttura dei costi. Le gestioni patrimoniali bancarie si dividono principalmente in due categorie: Gestione Patrimoniale in Fondi (GPF) e Gestione Patrimoniale in Titoli (GPM). La scelta tra le due ha un impatto enorme sul costo totale che sostenete, spesso in modo poco trasparente. La GPF è una gestione che investe il vostro capitale in un portafoglio di fondi comuni di investimento. Il problema strutturale di questo approccio è la duplicazione dei costi: pagate una commissione alla banca per il servizio di gestione (la “parcella”) e, in aggiunta, pagate le commissioni interne di ogni singolo fondo presente in portafoglio.

La GPM, invece, prevede che il gestore acquisti direttamente singoli titoli (azioni, obbligazioni) sul mercato. A prima vista, la commissione di gestione di una GPM può sembrare più alta, ma questa struttura elimina il secondo livello di costi (quello dei fondi), risultando spesso più efficiente. Tuttavia, anche le GPM nascondono insidie. Un’analisi di SoldiOnline ha evidenziato il fenomeno dell'”home bias”, per cui le GPM delle banche tendono a sovrappesare obbligazioni emesse dalla banca stessa, esponendo il cliente a un rischio di concentrazione non remunerato e mascherato da diversificazione.

Il seguente confronto evidenzia come il costo totale annuo possa variare drasticamente. Questo schema, basato su un’analisi di settore, mostra come una gestione in fondi possa facilmente arrivare a costare più del 3,5% annuo, un’enormità che erode i rendimenti nel tempo, rispetto a un portafoglio di ETF autogestito.

Confronto costi GPM vs GPF nel sistema bancario italiano
Tipologia Costi diretti gestione Costi indiretti prodotti Costo totale annuo
GPF (Gestione in Fondi) 0,8-1,2% TER fondi 1,5-2,5% 2,3-3,7%
GPM (Gestione in Titoli) 1,2-1,8% Costi transazione 0,2-0,5% 1,4-2,3%
ETF autogestiti 0% TER ETF 0,15-0,35% 0,15-0,35%

Perché la gestione patrimoniale è efficiente per recuperare le minusvalenze pregresse?

Uno degli argomenti più utilizzati dai consulenti bancari per giustificare i costi elevati della gestione patrimoniale è l’efficienza fiscale, in particolare la possibilità di compensare le minusvalenze pregresse. In Italia, il regime del risparmio gestito permette di compensare le plusvalenze realizzate con le minusvalenze accumulate in portafoglio (anche su strumenti diversi), con un orizzonte temporale di quattro anni. Questo meccanismo consente di ridurre l’imponibile fiscale e, di conseguenza, le tasse da pagare.

Il vantaggio è concreto: ogni plusvalenza compensata si traduce in un risparmio fiscale diretto, poiché il 26% di risparmio fiscale sulle plusvalenze compensate, come previsto dalla normativa fiscale italiana (TUIR), non viene versato allo Stato. Per un investitore con uno “zainetto fiscale” carico di perdite, questa opportunità può sembrare molto allettante. La gestione patrimoniale, avendo la facoltà di operare direttamente sul portafoglio, può orchestrare vendite e acquisti in modo strategico per massimizzare queste compensazioni entro la scadenza dei quattro anni.

Tuttavia, un audit rigoroso non può fermarsi al vantaggio apparente. È necessario fare un calcolo di break-even: il risparmio fiscale ottenuto giustifica l’extra-costo annuo della gestione patrimoniale rispetto ad alternative più efficienti come gli ETF? Se avete 10.000€ di minusvalenze, il risparmio fiscale massimo potenziale è di 2.600€. Se la vostra gestione vi costa 2.000€ in più all’anno rispetto a una soluzione fai-da-te, il vantaggio fiscale si esaurisce in poco più di un anno. Dopo quel punto, continuerete a pagare l’extra-costo senza più alcun beneficio fiscale a controbilanciare. È un vantaggio a tempo determinato, non una giustificazione perpetua per costi elevati.

L’errore di affidarsi a una gestione che compra solo fondi della stessa banca

Un segnale d’allarme che ogni investitore-auditor dovrebbe saper riconoscere è un portafoglio composto quasi esclusivamente da fondi “della casa”. Quando una gestione patrimoniale si trasforma in una mera vetrina per i prodotti finanziari della banca stessa, l’investitore si trova di fronte a un palese conflitto di interessi. Sebbene la normativa MiFID II abbia introdotto maggiori tutele sulla trasparenza, la pratica di privilegiare i propri fondi rimane diffusa e rappresenta una delle maggiori inefficienze per il cliente.

Il motivo è puramente economico: la banca massimizza i propri profitti. Oltre alla parcella di gestione, incassa anche le commissioni di gestione dei fondi che ha collocato. Questo meccanismo, noto come sistema delle retrocessioni, crea un incentivo per il gestore a scegliere non il prodotto migliore disponibile sul mercato, ma quello che garantisce un maggior ritorno economico alla banca. Il cliente si ritrova così a pagare di più per prodotti che sono spesso meno performanti delle alternative disponibili sul mercato aperto.

Questa “architettura chiusa” limita drasticamente le opportunità di rendimento e di vera diversificazione. L’universo investibile si restringe a poche decine di fondi, quando il mercato ne offre migliaia, inclusi strumenti a basso costo come gli ETF che le banche raramente propongono attivamente. Come sottolinea un’autorità nel campo della consulenza indipendente in Italia:

La banca guadagna di più collocando i propri fondi attraverso il meccanismo delle retrocessioni, creando un conflitto di interessi strutturale che la normativa MiFID II tenta di mitigare con scarsi risultati pratici

– Giacomo Saver, Segreti Bancari – Analisi gestioni patrimoniali

Affidarsi a una gestione che opera in questo modo significa pagare per un servizio di selezione che, di fatto, non avviene. Il portafoglio non è costruito nel vostro interesse, ma in quello dell’istituto a cui vi siete affidati.

Quando conviene liquidare tutto e passare al fai-da-te (o consulenza) nonostante il rosso?

La decisione più difficile per un investitore è disinvestire in perdita. Psicologicamente, si tende ad aspettare il “recupero”, sperando di tornare almeno in pari. Tuttavia, un audit razionale richiede di superare questo blocco emotivo. Se la vostra gestione è inefficiente e costosa, rimanere investiti potrebbe costarvi molto di più della perdita attuale. La domanda da porsi non è “recupererò la perdita?”, ma: “quanto tempo ci vorrà per recuperare la perdita attuale solo grazie al risparmio sui costi?”

Questo è il concetto di “punto di pareggio strategico”. Se siete in perdita di 5.000€ e, cambiando soluzione, risparmiate 2.000€ di costi all’anno, vi basteranno 2,5 anni per recuperare la perdita solo grazie ai minori costi, senza nemmeno considerare i potenziali rendimenti migliori di una gestione più efficiente. Attendere il recupero rimanendo in una gestione costosa è come cercare di riempire un secchio bucato: l’acqua che versate (i rendimenti) viene costantemente persa dal fondo (i costi).

Liquidare, anche in rosso, diventa la scelta logica quando l’inefficienza della gestione attuale è tale da rendere il recupero al suo interno matematicamente più lento e incerto rispetto al passaggio a un’alternativa più snella. Le opzioni sono diverse, ciascuna adatta a un profilo di investitore differente.

Alternative alla gestione patrimoniale bancaria in Italia
Soluzione Costi annui Supporto Profilo ideale
Fai-da-te (Directa/Fineco) 0,19-0,38% Nessuno Investitore esperto, tempo disponibile
Robo-Advisor (Moneyfarm) 0,7-1,25% Automatizzato Investitore digitale, patrimoni medi
Consulente indipendente OCF 0,5-1,5% Personalizzato Patrimoni elevati, pianificazione complessa

La scelta di liquidare deve essere pianificata: verificate la scadenza delle minusvalenze, richiedete la documentazione completa dei costi e aprite il nuovo conto titoli prima di chiudere la gestione attuale per garantire continuità operativa. È una decisione strategica, non una resa.

Perché il “consulente gratuito” della banca ti costa in realtà il 2% all’anno?

Uno dei più grandi equivoci nel mondo degli investimenti bancari è l’idea che il consulente sia un servizio “gratuito”, incluso nel conto corrente. La realtà è che nessun servizio professionale è mai gratuito. Il costo è semplicemente nascosto e pagato in modo indiretto, attraverso un meccanismo chiamato “commissioni di retrocessione”. Quando il vostro consulente vi propone un fondo di investimento, una parte significativa della commissione di gestione di quel fondo non rimane alla società che lo gestisce, ma viene “retrocessa” alla banca e al consulente come compenso per il collocamento.

Questo significa che voi pagate questo costo ogni singolo giorno, poiché viene dedotto direttamente dal valore della quota del fondo (NAV), ma non lo vedete mai esplicitato come una spesa diretta sul vostro estratto conto. È un costo invisibile ma estremamente impattante.

Il sistema delle retrocessioni nel modello bancario italiano

Un’analisi di Consultique su un fondo comune tipico venduto in banca mostra un quadro chiaro. Su un TER (Total Expense Ratio) dell’1,85% annuo, ben l’1,11% viene retrocesso alla banca come commissione di distribuzione. Su un capitale di 100.000€, questo significa pagare 1.110€ ogni anno solo di retrocessioni, una cifra che finanzia il servizio di “consulenza gratuita” e che si aggiunge a tutti gli altri costi di gestione e amministrativi.

L’impatto di questi costi nascosti, cumulato nel tempo, è devastante. L’effetto composto non lavora solo sui rendimenti, ma anche sui costi. Un costo annuo del 2% può sembrare piccolo, ma su un orizzonte di lungo periodo fa una differenza enorme. Calcoli sull’effetto composto dei costi mostrano che, in 20 anni, una commissione del 2% può portare all’ erosione del 30-40% del capitale che avreste altrimenti accumulato. Il consulente “gratuito” si rivela così essere il costo più alto del vostro investimento.

TER o TCO: quale indicatore svela tutti i costi nascosti di un prodotto finanziario?

Nel vostro lavoro di audit, imparare a distinguere tra TER e TCO è come passare da una visione sfocata a una ad alta definizione dei costi. Il TER (Total Expense Ratio) è l’indicatore più conosciuto e presente su tutti i documenti informativi (KIID) dei fondi. Esso rappresenta la percentuale di costi totali di un fondo rispetto al suo patrimonio. Include le commissioni di gestione, i costi amministrativi e legali. Tuttavia, il TER è solo una parte della storia.

Il TCO (Total Cost of Ownership), o Costo Totale di Possesso, è l’indicatore che, come auditor, dovete imparare a calcolare. Il TCO rappresenta la somma di TUTTI i costi che gravano sul vostro investimento, visibili e invisibili. Per calcolarlo, dovete partire dal TER del prodotto e aggiungere tutti gli altri livelli di spesa: la parcella della gestione patrimoniale, i costi di custodia e amministrazione titoli, l’imposta di bollo sul deposito (0,2% annuo in Italia) e le eventuali commissioni di performance o di ingresso/uscita non incluse nel TER.

Vista dall'alto di calcolatrice e grafici di analisi costi finanziari

Questo calcolo rivela la vera entità della spesa. Una gestione patrimoniale in fondi può avere una parcella apparentemente bassa, ad esempio dello 0,8%, ma se i fondi in portafoglio hanno un TER medio dell’1,8%, il costo reale per il cliente sale già al 2,6%. Aggiungendo l’imposta di bollo, si arriva facilmente a un TCO totale del 2,8%. Secondo i calcoli su un portafoglio tipico, un TCO medio del 2,8% annuo è una stima realistica per una GPF bancaria italiana. È questo il numero da confrontare con i rendimenti lordi per capire se la gestione sta creando o distruggendo valore.

Da ricordare

  • Il Costo Totale di Possesso (TCO) di una gestione bancaria supera spesso il 2,8% annuo, ben oltre il TER dichiarato, erodendo i rendimenti a lungo termine.
  • Il conflitto di interessi è strutturale: le banche sono incentivate a vendere fondi “di casa”, spesso più costosi e meno performanti delle alternative di mercato.
  • Il vantaggio fiscale della compensazione delle minusvalenze è un beneficio a tempo determinato e raramente giustifica un TCO così elevato sul lungo periodo.

Consulente bancario o indipendente: a chi affidare 100.000€ per non avere sorprese?

Al termine di questo percorso di audit, la domanda finale diventa operativa: a chi affidare i propri risparmi? La scelta si riduce essenzialmente a due modelli: continuare con il consulente bancario o rivolgersi a un consulente finanziario indipendente, iscritto all’albo OCF (Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari). La differenza non è una sfumatura, ma un cambio di paradigma.

Il consulente bancario è, per definizione, un dipendente o un agente della banca. La sua remunerazione dipende, in gran parte, dalle retrocessioni sui prodotti che vende. Questo crea un inevitabile conflitto di interessi: il suo obiettivo primario è raggiungere i target di vendita della banca, che non sempre coincidono con l’interesse del cliente. L’architettura di prodotti è “chiusa”, limitata all’offerta della banca, e la trasparenza sui costi è spesso opaca.

Il consulente finanziario indipendente, al contrario, è remunerato esclusivamente a parcella (fee-only) direttamente dal cliente. Non riceve alcuna provvigione dalle società prodotto. Questa assenza di conflitto di interessi è la sua caratteristica fondante. Può operare su un’architettura “aperta”, selezionando i migliori e più efficienti strumenti disponibili su tutto il mercato (inclusi gli ETF a basso costo) e ha l’obbligo di una trasparenza totale sui costi, poiché la sua parcella è l’unico costo di consulenza. Il suo focus si sposta dalla vendita di prodotti alla pianificazione patrimoniale complessiva, allineando i suoi interessi a quelli del cliente.

Questa tabella, basata su un’analisi de Il Sole 24 Ore, riassume le differenze chiave che ogni investitore dovrebbe considerare prima di prendere una decisione.

Consulente bancario vs indipendente: confronto completo
Aspetto Consulente Bancario Consulente Indipendente OCF
Remunerazione Retrocessioni dai prodotti (1-3%) Parcella dal cliente (0,5-1,5%)
Conflitto interessi Presente (incentivi vendita) Assente (fee-only)
Architettura prodotti Chiusa (prodotti banca) Aperta (tutto il mercato)
Trasparenza costi Opaca (costi nascosti) Totale (parcella chiara)
Focus consulenza Vendita prodotti Pianificazione patrimoniale

La scelta dipende dalle vostre esigenze, ma un audit oggettivo dei costi e dei risultati, come quello che abbiamo delineato, è il prerequisito indispensabile per fare una scelta consapevole e non subita.

Per passare dalla teoria alla pratica, il primo passo è richiedere alla vostra banca il documento riepilogativo dei costi e degli oneri (rendicontazione ex-post) per l’anno passato e confrontarlo con i principi di questo audit. Questa analisi vi fornirà la base numerica per decidere se il servizio ricevuto vale il costo sostenuto o se è giunto il momento di esplorare alternative più efficienti e trasparenti.

Scritto da Elena Ricci, Consulente Finanziario Autonomo (CFA) iscritta all'Albo OCF, esperta in costruzione di portafogli efficienti e finanza comportamentale. Da 12 anni aiuta i risparmiatori a gestire i propri investimenti senza conflitti di interesse.