Pubblicato il Maggio 21, 2024

Contrariamente a quanto si crede, un alto rating ESG non garantisce la sostenibilità di un investimento. La chiave è imparare ad analizzare criticamente cosa c’è dietro l’etichetta.

  • I fondi “dark green” (Art. 9 SFDR) offrono un impatto maggiore, ma rappresentano solo il 10% del mercato italiano e non sono esenti da rischi.
  • Le performance non vengono sacrificate: gli investimenti sostenibili mostrano maggiore resilienza durante le crisi di mercato.

Raccomandazione: Adotta un approccio da analista: verifica sempre i costi reali nel documento KIID e scegli se escludere le aziende problematiche o spingerle al cambiamento dall’interno (engagement).

Il desiderio di allineare i propri investimenti ai propri valori non è mai stato così forte. Sempre più risparmiatori italiani vogliono che il loro denaro non solo generi un rendimento, ma contribuisca anche a un futuro più sostenibile e giusto. Questa crescente domanda ha portato a un’esplosione di prodotti finanziari etichettati come “ESG” (Environmental, Social, Governance). Le banche e le società di gestione propongono fondi che promettono di investire in aziende virtuose, offrendo una soluzione apparentemente semplice: basta scegliere un prodotto con la sigla “sostenibile” per dormire sonni tranquilli. Ma è davvero così facile?

La realtà, purtroppo, è molto più complessa. Dietro la facciata rassicurante del marketing si nasconde spesso il fenomeno del greenwashing: strategie che fanno apparire un investimento più “verde” di quanto non sia in realtà. Affidarsi ciecamente a un’etichetta può portare a finanziare, senza saperlo, proprio quelle aziende che si vorrebbero evitare. Per investire in modo davvero responsabile, non basta essere sensibili al tema; è necessario acquisire gli strumenti di un analista, imparando a leggere tra le righe e a mettere in discussione le verità apparenti.

Questo articolo non si limiterà a definire cosa sia un fondo ESG. Il nostro obiettivo è fornirti una cassetta degli attrezzi analitica per smascherare il greenwashing. Invece di accettare le etichette, impareremo a decostruire i rating, a navigare la giungla normativa, a valutare i costi nascosti e a comprendere le reali strategie di investimento. Analizzeremo perché un colosso petrolifero può avere un punteggio di sostenibilità elevato e dove si nasconde il vero valore nella transizione energetica. Diventerai un investitore consapevole, capace di porre le domande giuste e di scegliere con cognizione di causa.

Per guidarti in questo percorso di consapevolezza, abbiamo strutturato l’articolo in sezioni chiare, ognuna dedicata a un aspetto cruciale dell’analisi. Partiremo dalle basi, per poi addentrarci negli aspetti più tecnici e strategici, fornendoti un metodo completo per valutare ogni proposta di investimento sostenibile.

Cosa significano le lettere E, S, G e perché un’azienda petrolifera può avere un rating alto?

Le lettere ESG rappresentano i tre pilastri su cui si basa l’analisi di sostenibilità di un’azienda. E sta per Environmental (Ambientale) e riguarda l’impatto dell’azienda sul pianeta: emissioni di CO2, gestione dei rifiuti, consumo di acqua ed energia. S sta per Social (Sociale) e si concentra sulle relazioni con dipendenti, fornitori, clienti e la comunità: diritti dei lavoratori, sicurezza sul lavoro, diversità e inclusione. Infine, G sta per Governance e analizza le pratiche di gestione aziendale: trasparenza, etica del consiglio di amministrazione, lotta alla corruzione e diritti degli azionisti.

Il punto cruciale, e spesso fonte di confusione, è che un alto rating ESG non misura necessariamente l’impatto positivo di un’azienda sul mondo. Spesso, misura quanto bene un’azienda gestisce i rischi ESG che potrebbero danneggiare la sua stessa performance finanziaria. Questo crea il “paradosso del rating”: una compagnia petrolifera, pur essendo intrinsecamente inquinante, può ottenere un punteggio ESG elevato se dimostra di avere ottime politiche di sicurezza sul lavoro (un fattore S), un consiglio di amministrazione diversificato (un fattore G) e un piano per ridurre le proprie emissioni dirette (Scope 1 e 2), anche se il suo prodotto finale (il petrolio) causa enormi emissioni (Scope 3).

Studio di caso: Le “Big Oil” nei fondi ESG europei

Questo paradosso non è teorico. Un’analisi di Urgewald e Facing Finance ha svelato un dato sconcertante: le sei principali compagnie petrolifere mondiali, tra cui TotalEnergies, Shell ed Eni, rappresentano investimenti per 23,5 miliardi di euro all’interno di fondi etichettati come ESG in Europa. La sola TotalEnergies raccoglie 8,1 miliardi. Questo accade perché i rating premiano i loro sforzi nella gestione del rischio e gli investimenti, seppur minoritari, nelle energie rinnovabili, ignorando l’impatto preponderante del loro core business fossile. Ciò dimostra come un’etichetta ESG possa essere fuorviante se non si analizza la metodologia di rating sottostante.

Per un investitore, questo significa che fidarsi ciecamente di un rating aggregato è un errore. È fondamentale scavare più a fondo, analizzando i punteggi specifici per ogni singola lettera (E, S, e G) e, soprattutto, comprendendo se il rating valuta il rischio per l’azienda o l’impatto dell’azienda sul mondo. Solo così si può iniziare a separare le intenzioni dichiarate dall’impatto reale.

Fondi “light green” o “dark green”: quale regolamento garantisce un impatto reale?

Per portare ordine nel mercato e contrastare il greenwashing, l’Unione Europea ha introdotto il regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation). Questa normativa classifica i fondi in tre categorie, ma le due principali per gli investimenti sostenibili sono gli Articolo 8 e gli Articolo 9. Comprendere questa distinzione è il secondo passo fondamentale per un investitore consapevole.

I fondi Articolo 8, definiti “light green”, sono quelli che “promuovono caratteristiche ambientali o sociali”. Questa definizione è piuttosto vaga e non impone un obiettivo di investimento sostenibile vincolante. Un fondo Articolo 8 può contenere un mix di aziende, incluse alcune con pratiche discutibili, purché nel complesso “promuova” una certa sostenibilità. I fondi Articolo 9, o “dark green”, sono molto più stringenti: devono avere come obiettivo esplicito un investimento sostenibile. Questo significa che devono investire in attività che contribuiscono a un obiettivo ambientale o sociale misurabile.

Confronto visivo tra fondi articolo 8 light green e articolo 9 dark green

La differenza, come si può intuire, è sostanziale. Mentre un fondo Articolo 9 punta a generare un impatto positivo diretto, un Articolo 8 si limita a considerare i fattori ESG nel suo processo di investimento, con un rischio di greenwashing significativamente più alto. Come sottolinea Neill Blanks, Managing Director di MainStreet Partners, la normativa è in continua evoluzione: “All’inizio del 2024 si sarebbe potuto pensare che la complessità normativa sarebbe diminuita […] ma non è stato così”. Questa complessità richiede un’analisi attenta da parte dell’investitore.

Per chiarire ulteriormente le differenze, il seguente quadro, basato sulle indicazioni del regolatore italiano CONSOB, riassume i punti chiave.

Differenze tra fondi Articolo 8 e Articolo 9 SFDR
Caratteristica Articolo 8 (Light Green) Articolo 9 (Dark Green)
Definizione Promuovono caratteristiche ESG Hanno obiettivi di investimento sostenibile
Requisito minimo investimenti sostenibili Non definito (spesso 10-30%) Minimo 50% secondo ESMA
Prevalenza nel mercato italiano Circa 90% dei fondi ESG Solo 10% dei fondi ESG
Rischio greenwashing 23% a rischio secondo MainStreet Partners Solo 3% a rischio
Controlli CONSOB Standard Rafforzati

La tabella, basata su dati di mercato e analisi del regolatore italiano, evidenzia come la stragrande maggioranza dei fondi ESG disponibili in Italia sia “light green”, con un rischio di greenwashing non trascurabile. Per chi cerca un impatto reale, orientarsi verso i fondi Articolo 9 è un primo, importante filtro selettivo.

Investire sostenibile significa rinunciare al rendimento o guadagnare di più nel lungo termine?

Una delle preoccupazioni più diffuse tra gli investitori che si avvicinano al mondo ESG è il timore di dover sacrificare parte del rendimento in nome dell’etica. L’idea che “fare del bene” con i propri soldi implichi un guadagno inferiore è un mito duro a morire. In realtà, i dati e l’analisi storica dimostrano una realtà molto più sfumata e, per certi versi, controintuitiva. Le aziende con solide pratiche ESG non sono solo più “buone”, ma spesso sono anche meglio gestite e più preparate ad affrontare le sfide future.

Un’azienda attenta ai fattori ambientali è meno esposta a rischi normativi e a multe salate. Una che investe nel benessere dei propri dipendenti (fattore sociale) tende ad avere una maggiore produttività e a trattenere i migliori talenti. Una governance trasparente e solida riduce il rischio di scandali finanziari che possono far crollare il valore delle azioni. Questi non sono dettagli etici, ma fattori fondamentali di resilienza e performance a lungo termine. Tuttavia, la percezione del mercato non sempre riflette questa realtà: secondo l’AXA IM ESG Consumer Survey 2024, solo il 37% degli investitori si aspetta che un fondo ESG sovraperformi un fondo non ESG.

Studio di caso: La resilienza dei fondi ESG italiani durante le crisi

Un test significativo per qualsiasi strategia di investimento è il suo comportamento durante le fasi di turbolenza dei mercati. Il 2022 è stato un anno estremamente difficile, con cali sia sul fronte azionario che obbligazionario. Eppure, secondo i dati di Assogestioni, in questo contesto avverso i fondi sostenibili domiciliati in Italia hanno mostrato una notevole capacità di tenuta. Mentre il risparmio gestito nel suo complesso ha registrato una raccolta netta di 14,8 miliardi di euro, i soli fondi ESG hanno attratto flussi netti positivi per 18,9 miliardi. Questo non significa necessariamente rendimenti superiori nel breve termine, ma indica una minore volatilità e una maggiore fiducia da parte degli investitori, che vedono in questi strumenti un rifugio più sicuro e stabile nel lungo periodo.

In conclusione, investire in modo sostenibile non significa rinunciare al rendimento. Anzi, significa integrare nell’analisi finanziaria tradizionale un set di rischi e opportunità che stanno diventando sempre più materiali. Significa puntare su aziende che, grazie a una gestione più lungimirante, sono meglio posizionate per prosperare in un’economia globale in rapida trasformazione.

L’errore di comprare a prezzi gonfiati aziende solo perché hanno l’etichetta sostenibile

La crescente popolarità degli investimenti ESG ha creato un nuovo, insidioso rischio per gli investitori: la “bolla verde”. Quando un tema diventa di moda, una grande massa di denaro si riversa su un numero limitato di aziende percepite come “leader della sostenibilità”. Questa corsa all’acquisto può far lievitare le loro valutazioni a livelli irrazionali, scollegati dai reali fondamentali economici. L’errore più comune è quindi quello di innamorarsi della “storia” green di un’azienda e comprarla a qualsiasi prezzo, solo perché porta l’etichetta di sostenibilità.

Un’azienda che produce pannelli solari o auto elettriche non è automaticamente un buon investimento. Potrebbe avere un debito insostenibile, una tecnologia facilmente superabile dalla concorrenza o margini di profitto risicati. Pagare un multiplo Prezzo/Utili (P/E) di 100 per un’azienda solo perché è “verde”, quando i leader consolidati del suo settore vengono scambiati a 15, è una scommessa ad altissimo rischio. L’etichetta ESG deve essere un criterio di selezione aggiuntivo, non un sostituto dell’analisi finanziaria tradizionale.

Metafora visiva della bolla verde negli investimenti sostenibili

Come analisti, il nostro compito è mantenere un sano scetticismo e valutare un’azienda a 360 gradi. Dobbiamo guardare oltre gli slogan e analizzare i bilanci, la posizione competitiva e, soprattutto, la ragionevolezza del prezzo che stiamo pagando. Un ottimo business comprato a un prezzo eccessivo si trasforma quasi sempre in un pessimo investimento.

Per evitare di cadere nella trappola della “bolla verde”, è essenziale dotarsi di una checklist di controllo che vada oltre il semplice rating di sostenibilità. Un’analisi rigorosa permette di distinguere le aziende con un modello di business solido da quelle che cavalcano semplicemente l’onda del marketing.

Piano d’azione: La checklist per valutare un’azienda “verde” prima di investire

  1. Analizzare il bilancio oltre gli slogan: Verificare la crescita reale dei ricavi e degli utili rispetto agli annunci di marketing e ai target di sostenibilità.
  2. Verificare la tecnologia: La tecnologia “green” è proprietaria e difendibile con brevetti, o è una commodity facilmente replicabile dai concorrenti?
  3. Controllare il debito: Valutare l’entità del debito contratto per finanziare la crescita “sostenibile” e verificare se il flusso di cassa è sufficiente a ripagarlo.
  4. Confrontare i multipli di valutazione: Mettere a confronto il P/E e altri multipli con quelli dei leader di settore tradizionali per capire se si sta pagando un premio eccessivo.
  5. Valutare la trasparenza: Controllare la qualità della rendicontazione ESG. L’azienda pubblica dati chiari e verificabili o solo narrazioni generiche? Sono presenti certificazioni di terze parti indipendenti?

Meglio escludere le aziende inquinanti o investirci per spingerle a cambiare dall’interno?

Una volta compresi i rating e i rischi di valutazione, l’investitore si trova di fronte a un dilemma strategico fondamentale: qual è il modo più efficace per generare un impatto positivo? Le strategie principali si dividono in due grandi filosofie: l’esclusione e l’engagement. La scelta tra le due dipende dagli obiettivi etici e dalla visione del cambiamento di ciascun investitore.

La strategia di esclusione è la più intuitiva: consiste nel non investire in aziende o interi settori considerati controversi, come tabacco, armi, gioco d’azzardo e, sempre più spesso, combustibili fossili. È un approccio che offre una coerenza etica immediata e chiara. Come sostiene Julia Dubslaff, ricercatrice di Urgewald, di fronte alla crisi climatica la scelta dovrebbe essere netta: “I gestori di fondi dovrebbero cogliere questa opportunità e disinvestire le loro partecipazioni in combustibili fossili”. Il limite di questa strategia è che, se non adottata su larga scala, il suo impatto reale sull’azienda “esclusa” è limitato: qualcun altro comprerà semplicemente quelle azioni.

L’approccio opposto è l’engagement attivo (o azionariato attivo). Consiste nell’investire deliberatamente in aziende con performance ESG migliorabili per usare i propri diritti di azionista (dialogo con il management, voto in assemblea) per spingerle a cambiare dall’interno. È una strategia di lungo periodo che richiede risorse significative, ma che può portare a cambiamenti strutturali. Invece di “punire” l’azienda, si cerca di accompagnarla in un percorso di transizione. Esistono poi approcci intermedi, come il “best-in-class”, che investe nei migliori performer di ogni settore, anche di quelli controversi.

Strategie di investimento ESG: Esclusione vs Engagement
Strategia Approccio Vantaggi Limiti
Esclusione Esclude settori controversi (armi, tabacco, fossili) Coerenza etica immediata Impatto reale limitato se non di massa
Best-in-class Investe nei migliori di ogni settore Mantiene diversificazione Include ancora settori controversi
Engagement attivo Dialogo con management per cambiamento Può influenzare dall’interno Richiede tempo e risorse significative
Impact investing Investe in progetti con impatto misurabile Cambiamento diretto e misurabile Universo investibile limitato

Studio di caso: L’engagement di Climate Action 100+ in Italia

L’engagement non è solo teoria. Climate Action 100+ è un’iniziativa globale che unisce oltre 700 investitori istituzionali per fare pressione sulle maggiori aziende inquinanti del mondo. Anche in Italia, questa iniziativa ha portato a dialoghi costruttivi con grandi aziende quotate, spingendole a rivedere e rafforzare i propri piani climatici. Il successo, come evidenziato anche da analisi della CONSOB, dipende dalla capacità degli investitori di agire in modo coordinato, pubblicando report dettagliati sui progressi e votando sistematicamente contro il management in assemblea quando gli impegni ESG non vengono rispettati.

Pannelli solari o batterie: dove sta il vero valore nella filiera della transizione energetica?

Investire nella transizione energetica sembra una scelta ovvia per un portafoglio ESG. Tuttavia, anche qui, un’analisi superficiale può essere fuorviante. L’errore comune è concentrarsi solo sui prodotti finali più visibili, come i pannelli solari o le auto elettriche, trascurando dove si annida il vero valore aggiunto lungo la filiera produttiva. Come un analista, dobbiamo chiederci: chi cattura i margini di profitto più alti e ha il vantaggio competitivo più duraturo?

La produzione di pannelli solari, ad esempio, è diventata in gran parte una “commodity”, con una forte concorrenza sui prezzi e una pesante dipendenza dalla produzione cinese. Il valore, spesso, non risiede nel pannello stesso, ma nelle tecnologie abilitanti e nelle infrastrutture a monte e a valle. Parliamo di aziende che producono inverter ad alta efficienza (il “cervello” di un impianto fotovoltaico), software intelligenti per la gestione dei flussi energetici, o che sviluppano sistemi di accumulo (batterie) sempre più performanti. Queste nicchie tecnologiche sono spesso protette da brevetti e know-how, garantendo margini più elevati e una minore esposizione alla concorrenza di prezzo.

Lo stesso ragionamento si applica alle infrastrutture. Aziende che gestiscono le reti di trasmissione, come Terna in Italia, giocano un ruolo cruciale nell’adattare la rete elettrica a fonti rinnovabili intermittenti. Anche il governo italiano ha riconosciuto l’importanza strategica di questo settore, emettendo il primo BTP Green proprio per finanziare progetti legati alla transizione energetica e alla sostenibilità ambientale.

Studio di caso: Il ruolo dell’Italia nella filiera energetica europea

L’Italia è un esempio perfetto di questa dinamica. Nonostante una forte dipendenza dalla Cina per l’importazione di pannelli e batterie, il nostro Paese vanta eccellenze in segmenti ad alto valore aggiunto della filiera. Aziende italiane sono leader mondiali nella produzione di inverter e componenti specializzati. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sta inoltre supportando attivamente la creazione di una filiera locale più integrata, con investimenti mirati proprio su tecnologie abilitanti, software di gestione e sistemi di accumulo. Per l’investitore attento, le opportunità non si trovano nel prodotto finale “verde”, ma nelle aziende tecnologiche e infrastrutturali che rendono possibile l’intera transizione.

Un’analisi approfondita della catena del valore permette quindi di identificare le aziende con i vantaggi competitivi più solidi, andando oltre la semplice etichetta “rinnovabili” e investendo dove si crea vera innovazione e profitto sostenibile nel tempo.

Come trovare le spese correnti e le commissioni di performance nel documento informativo KIID?

Dopo aver analizzato la strategia e la composizione di un fondo, l’ultimo passo, ma non meno importante, è un’analisi “forense” dei costi. Anche il miglior fondo del mondo può trasformarsi in un investimento mediocre se i suoi rendimenti vengono erosi da commissioni eccessive. Lo strumento chiave per questa indagine è il KIID (Key Information for Investors Document), un documento standardizzato di due pagine che ogni fondo deve fornire.

Il KIID è progettato per essere chiaro, ma bisogna sapere dove guardare. La sezione cruciale è quella denominata “Spese” o “Costi”. Qui troverai due voci principali. La prima sono le “Spese correnti”, spesso indicate con l’acronimo TER (Total Expense Ratio). Questa cifra, espressa in percentuale, rappresenta il costo annuale totale per la gestione del fondo (commissioni di gestione, costi amministrativi, legali, ecc.). Un TER superiore al 2% per un fondo azionario dovrebbe già far suonare un campanello d’allarme.

La seconda voce, ancora più insidiosa, sono le “Commissioni di performance” (o di incentivo). Si tratta di una commissione aggiuntiva che il gestore preleva solo se il fondo supera un determinato rendimento di riferimento (il “benchmark”). Sebbene possano sembrare giuste, è fondamentale verificare due condizioni. Primo, il benchmark deve essere appropriato e non troppo facile da battere. Secondo, deve essere presente un meccanismo di “High Water Mark”, una clausola che impedisce al gestore di incassare commissioni su una performance che sta semplicemente recuperando una perdita precedente. Senza questo meccanismo, l’investitore rischia di pagare commissioni anche quando il valore del suo investimento è ancora inferiore al suo massimo storico.

Leggere attentamente il KIID non è un’opzione, ma un dovere per ogni investitore. Ecco una guida pratica per non perdersi:

  • Trova la sezione “Spese”: È quasi sempre situata nella seconda pagina del documento.
  • Identifica le “Spese correnti” (TER): Cerca la percentuale che indica il costo annuale fisso del fondo. Confrontala con quella di fondi simili.
  • Verifica le “Commissioni di performance”: Controlla se sono presenti e a quali condizioni si applicano. Qual è il benchmark da superare?
  • Cerca l’High Water Mark: Assicurati che il meccanismo sia presente per proteggerti da commissioni ingiuste dopo un periodo di perdite.
  • Consulta il Prospetto completo: Il KIID è una sintesi. Per un’analisi esaustiva, il Prospetto informativo contiene il dettaglio di tutti i costi, anche quelli non inclusi nel TER.

Un’analisi attenta dei costi è l’ultimo filtro per distinguere un prodotto di qualità da uno che arricchisce principalmente il gestore. Un fondo con costi elevati deve offrire una performance eccezionale per giustificarli, un’eventualità rara nel lungo periodo.

Punti chiave da ricordare

  • I rating ESG non sono una garanzia di sostenibilità: analizza sempre la metodologia sottostante per capire se misurano il rischio per l’azienda o l’impatto sul mondo.
  • I fondi “dark green” (Art. 9) offrono un impatto potenziale maggiore, ma controlla sempre il documento KIID per verificare la reale composizione del portafoglio e, soprattutto, i costi.
  • La performance a lungo termine di un investimento dipende più dalla qualità fondamentale e dalla valutazione dell’azienda che dalla sua etichetta “verde”. Evita di pagare prezzi gonfiati.

È possibile guadagnare investendo solo in aziende etiche e responsabili?

Dopo aver analizzato i rischi, le normative e le strategie, torniamo alla domanda fondamentale: è realisticamente possibile costruire un portafoglio che sia allo stesso tempo eticamente coerente e finanziariamente profittevole? La risposta è un deciso sì, a condizione di abbandonare l’idea di una soluzione “preconfezionata” e di adottare un approccio proattivo e personalizzato. Non esiste un’unica definizione di “etico”, ed è qui che l’investitore deve fare il primo passo: definire la propria “bussola morale”.

Costruire questa bussola significa decidere in modo esplicito quali sono i propri valori non negoziabili. Per alcuni, sarà l’esclusione totale dei combustibili fossili. Per altri, la priorità sarà investire in aziende che promuovono la parità di genere o l’accesso alla sanità. Una volta definiti questi paletti, è possibile usare gli strumenti che abbiamo analizzato (rating ESG, classificazioni SFDR, analisi del KIID) per filtrare l’universo investibile e trovare i prodotti che meglio si allineano alla propria visione. Questo non è un mercato di nicchia: secondo i dati di Assogestioni, in Italia gli asset ESG sono triplicati in un solo anno, passando da 28,6 a 80,8 miliardi tra il 2019 e il 2020, a dimostrazione di un interesse ormai consolidato.

Il segreto non è trovare il fondo “perfetto”, ma costruire un portafoglio diversificato di investimenti che, nel loro complesso, riflettano i nostri principi senza trascurare i fondamentali finanziari. Questo potrebbe significare combinare un fondo Art. 9 molto mirato sull’energia pulita con un altro fondo che adotta una strategia di engagement attivo per migliorare le pratiche delle aziende in settori più tradizionali.

Creare una strategia di investimento etico e responsabile è un processo continuo. Richiede curiosità, analisi critica e la volontà di guardare oltre le etichette. Ecco un percorso per definire la propria strategia personale:

  • Definisci i tuoi criteri di esclusione: Elenca i settori che non vuoi assolutamente finanziare (es. armi, tabacco, gioco d’azzardo).
  • Identifica i temi di impatto positivo: Scegli i settori o le cause che vuoi supportare attivamente (es. energie rinnovabili, salute, educazione, accesso all’acqua).
  • Scegli la tua strategia: Preferisci l’approccio purista dell’esclusione, quello pragmatico del “best-in-class” o quello trasformativo dell’engagement?
  • Verifica l’allineamento: Utilizza strumenti come i rating di sostenibilità e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’ONU per verificare che i fondi scelti siano coerenti con i tuoi valori.
  • Bilancia etica e finanza: Non dimenticare l’analisi tradizionale. Definisci i tuoi obiettivi di rendimento e la tua tolleranza al rischio per assicurarti che il portafoglio sia sostenibile anche dal punto di vista finanziario.

L’investimento responsabile non è una destinazione, ma un viaggio. Un viaggio che, se intrapreso con gli strumenti giusti, permette di far crescere il proprio patrimonio contribuendo, al contempo, a costruire un futuro migliore.

Ora che possiedi gli strumenti di un analista, il prossimo passo è applicarli. Inizia oggi stesso a esaminare il tuo portafoglio o il prossimo fondo che valuterai con occhio critico, per assicurarti che i tuoi investimenti siano veramente allineati ai tuoi valori e ai tuoi obiettivi finanziari.

Scritto da Elena Ricci, Consulente Finanziario Autonomo (CFA) iscritta all'Albo OCF, esperta in costruzione di portafogli efficienti e finanza comportamentale. Da 12 anni aiuta i risparmiatori a gestire i propri investimenti senza conflitti di interesse.